In pochi giorni, dopo aver visto dissolversi davanti ai miei occhi la possibilita’ di rimanere in Uganda, mi ero messo alla ricerca di un altro lavoro, sempre come volontario, in Tanzania. La scelta ricadde su questo esteso paese dell’Africa centrale perche’ apparentemente “sicuro” e tranquillo.

Solamente dopo l’atterraggio all’aeroporto di Arusha, citta’ molto turistica per la sua vicinanza al Kilimanjaro e al Serengeti nation park, mi scontrai con la cruda realta’. Nonostante fosse solo il 26 di febbraio, la psicosi corona virus e italia mi avevano preceduto. All’arrivo una scorta di piu’ di dieci operatori aeroportuali ci aveva atteso muniti di mascherine e gel disinfettante.

I problemi iniziarono quando finalmente tocco’ il mio turno all’ufficio immigrazioni. Iniziai a rabbrividire quando, posati gli occhi sul mio passaporto, il volto della signora che mi stava attendendo, improvvisamente, si illumino’. Da quel preciso momento mi attese un lungo interrogatorio che in confronto l’orale di maturita’ era stato una semplice passeggiata. Riuscii fortunatamente a persuaderla del fatto che non avessi nessun tipo di virus ( come anche certificato dai controlli) e che fossi diretto piu’ a nord per un safari con degli amici.

Qualcuno si stara’ giustamente chiedendo:  ma perche’ ti sei inventato tutto questo quando potevi semplicemente dirle che eri venuto a lavorare come volontario?

Come scoprii la sera prima della mia partenza, in Tanzania se dedichi del tempo ad aiutare chi ne ha bisogno devi essere (ingiustamente) punito con una visto della modica cifra di 250$ contro i 50$ del visto turistico.

Superato questo scoglio, finalmente, ero arrivato in Tanzania. Dopo aver incontrato la capa del progetto, Miriam, ci dirigemmo in un piccolo villaggio chiamato Mikungani, sede del progetto e facente parte del territorio della tribu’ Masai e Meru’.

Il panorama era molto diverso da quello colorato e umido dell’ Uganda: da entrambi i lati della strada principale si estendeva la savana, lunghe praterie con grandi alberi che stonavano con il colore giallastro dell’erba.

La cosa che piu’ mi colpi’ dopo il mio arrivo era la poverta’ estrema in cui le persone vivevano. Non solo le famiglie non erano in grado di garantire una corretta educazione ai propri figli, che solitamente dopo la fine della scuola primaria lasciavano il percorso scolastico, ma neanche il corretto nutrimento, dal momento che normalmente gli viene garantito un solo pasto al giorno, la cena.

Purtroppo, come mi venne raccontato nei giorni successivi, la tradizione di questa tribu’ africana non faceva altro che favorire la disuguaglianza e la poverta’. Solamente fino a pochi anni fa, prima che il governo Tanzano intervenisse, la maggior parte dei “ragazzi” si sposavano molto presto, poco piu’ che quindicenni. Qui, l’educazione non viene vista come una splendida opportunita’ per imparare e aver la possibilita’ di avere un futuro prosperoso e dignitoso ma soltanto come un imposizione del governo. E’ per questo estremamente difficile trovare una persona che abbia finito il proprio percorso di studi. La soddisfazione dei genitori non e’ data dai buoni risultati scolastici dei propri figli ma da quanto prima essi si sposino e abbiano, a loro volta, dei figli.

Miriam mi racconto’ di come sia stato mentalmente difficile portare avanti gli studi e perfino laurearsi, quando al suo fianco non aveva nessuno a sostenerla ma la sua famiglia che passava il tempo a chiederle il perche’ si ostinasse a continuare a studiare e non decidesse di lasciare per formare una famiglia e percio’, come da tradizione, passare il resto della sua vita a cucinare, pulire e accudire i suoi futuri figli.

Il mio lavoro da volontario consisteva, durante il mattino, nel produrre dei contenuti audio e video per la fondazione e seguire una campagna crowdfunding per ottenere finanziamenti online per la costruzione di un asilo nido.

Il pomeriggio lo passavo a dare lezione di inglese ai bambini del villaggio e a organizzare delle attivita’ sportive.

Senza ombra di dubbio l’attivita’ piu’ interessante e allo stesso tempo complessa era insegnare l’inglese a questi bambini. La difficolta’ non stava nello spigare l’inglese, visto che avevano un livello di inglese molto basso, ma nel comunicare: non solo non parlavano inglese ma neanche lo capivano. Per questo motivo avevo al mio fianco una traduttrice che, in tempo reale, traduceva cio’ che dicevo dall’inglese allo Swahili e viceversa. Nonostante qualche evidente problema di comunicazione, visto che anche la traduttrice non e’ che fosse molto ferrata in inglese, le lezioni sono proseguite con successo.

Io ero ospite dalla famiglia di Miriam, in una classica casa padronale africana grande e con un giardino, nonostante, mio malgrado, fossi stato relegato a una piccola baracca all’esterno con tetto in lamiere. La sua famiglia era alquanto tradizionalista tanto che, oltre a non vedere di buon occhio la presenza di un Muzungu (uomo bianco) in casa loro perche’ portatore di una malata e sbagliata mentalita’ (che aveva fatto prendere a Miriam la strada sbagliata, quella dell’eduzione e dello studio), riteneva che all’uomo fossero rigidamente vietate qualunque attivita’ domestica e persino cucinare. Qualcosa che da noi sembrerebbe quasi uno scandalo qui viene considerato un principio inviolabile.

La casa
La mia stanza

Il fatto che non fossi benaccetto in questa famiglia si paleso’ con il passare dei giorni e non fu mai manifestato apertamente, anche perche’ parlando solo in Swahili era difficile che lo comprendessi. Me ne resi conto dopo che nell’ultima settimana, oltre a non essere stato minimamente preso in considerazione , mi venne fatto saltare il pranzo o la cena diverse volte e che, negli ultimi due giorni, mi venne offerto (nonostante pagassi una fee) riso con cipolle per colazione, pranzo e cena.

Con il passare dei giorni dal mio arrivo mi venne fortemente sconsigliato di andare in citta’ (ad Arusha), dove era iniziata una caccia alle streghe contro i Muzungu, perche’ bianchi e percio’, secondo loro, portatori del Corona Virus. Non solo venivano infastiditi dai locali ma, anche, dalla stessa polizia che, senza nessun diritto, li obbligava a dirigersi all’ufficio immigrazioni piu’ vicino o pagare delle ingenti somme di denaro.

Purtroppo, come accade anche in Italia, il razzismo va a braccetto con la diseducazione e l’ignoranza, e anche in Tanzania questo processo non e’ stato da meno.

Purtroppo, a causa degli ultimi capovolgimenti sullo scenario internazionale causati dal Corona Virus, sono stato costretto piu’ volte a modificare le prossime tappe del viaggio, visto che da un giorno all’altro erano molti i paesi che chiudevano le porte agli italiani. Cercai strenuamente di modificare, anche se con poco preavviso, i successivi spostamenti verso l’Asia.

Arrivai a un punto in cui mi scontrai contro una realta’ per me difficile da accettare: “gli italiani non erano piu’ i benvenuti”. Presi, percio’, una delle decisioni piu’ difficili dalla mia partenza, mettere in stand-by il viaggio e cercare di tornare in Europa il prima possibile, visto che ormai era troppo tardi per tornare in Italia.

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