Subito dopo aver lasciato il Dreamers & Co, il bed and breakfast che ci aveva ospitato per poco piu’ di una settimana, Io e Colin (il volontario belga) ci eravamo diretti nell’appartamento che avevamo affittato con Air B&B.

Questa volta saremmo stati in tre: si era aggiunta Nadia, la volontaria argentina dell’ostello. Dalle foto sembrava il luogo perfetto per le nostre esigenze: spazioso, con due camere da letto e un ampio salone. Cosa volevano di piu’ in un momento del genere?

L’arrivo non era stato dei migliori. Raggiunta la porta d’ingresso del palazzo eravamo stati accolti da una signora anziana che, vedendoci arrivare con i nostri zaini e delle borse, aveva minacciato di chiamare la polizia.

Quando la situazione si stava complicando, lei non voleva minimamente ascoltarci ed era sul punto di chiamare la polizia, arrivo’ il proprietario del nostro appartamento a calmare gli animi.

L’appartamento, un piccolo bilocale, era molto diverso dalle foto. Trentacinque metri quadrati, una sola camera da letto e lo spazioso salone che era diventato poco piu’ grande di uno sgabuzzino. Era una situazione tragicomica, dopo il difficile inizio anche la beffa. Nonostante questo avevamo deciso di rimanerci per almeno due settimane, il tempo necessario per trovare un altro posto in cui andare.

La convivenza non era stata una passeggiata. Dopo mesi di viaggio, in cui mi ero spostato da un paese a un altro da solo, mi ero ritrovato con altri due “sconosciuti” in un piccolo appartamento e senza la possibilita’ di uscire.

Durante queste settimane ognuno portava avanti i suoi progetti. Nadia continuava nel suo lavoro di graphic designer, Colin a fare musica e io a iniziare a mettere per iscritto le esperienze fatte dopo la mia partenza in luglio.  

Alla fine il tempo, piano piano, iniziava a passare. Mi ero reso conto di come alla fine, soprattutto dopo la breve ma intensa parentesi africana, fosse possibile vivere con veramente poco e come tutto cio’ che mi sembra necessario in realta’ non lo fosse. Nonostante ci dividessimo una piccola stanza in tre e dovessimo rimanere tutto il giorno in casa stavamo bene.

Queste settimane, bloccato a Cordoba, mi avevano dato l’opportunita’ di coltivare delle passioni che per mancanza di tempo non avevo mai iniziato come la chitarra, lasciata quasi otto anni fa, e la cucina.

Passavo tre ore al giorno a cucinare ogni cosa che mi veniva in mente. Dalla parmigiana di melanzane fatta sul pentolino agli gnocchi con il ragu’.

Certamente avrei preferito essere in Asia, a portare avanti il programma che mi ero organizzato, ma purtroppo non potevo. Ero tornato a quella routine, ripetitiva e dolorosa, che quasi un anno fa mi aveva spinto a lasciare tutto e partire.

Alla fine avevo visto questa situazione di dramma, la pandemia in corso, come un’opportunita’ per fare qualcosa di diverso e non come un impedimento.

Dopo due settimane, preparati i bagagli, ci eravamo spostati piu’ in centro in una casa consigliataci da dei conoscenti. Era molto grande e al suo interno aveva cinque diversi appartamenti.

Ci trovavamo a poche centinaia di metri dalla famosa moschea di Cordoba in una caratteristica casa in stile cordovese con giardino interno e terrazza. Nonostante l’appartamento in se’ non fosse niente di spettacolare, sporco e poco curato, ognuno aveva la sua camera e pagavamo sei euro al giorno di affitto (a testa). Niente male!

In poco piu’ di un mese avevamo cambiato ben cinque posti. Dall’ostello, la casa in cui eravamo stati ospitati un solo giorno, il bed&breakfast, l’air B&B e per finire questa. Altro che quarantena, sembrava di aver fatto vagabondaggio.

Come in ogni posto in cui eravamo stati dall’inizio della quarantena, anche qui i problemi non tardarono ad arrivare. Questa volta lo scontro, avvenuto con la proprietaria, era stato per un motivo ancora piu’ futile: lei non era stata aggiunta in un gruppo whatsapp.

Nonostante gli alti e bassi con la proprietaria e qualche guasto che, con cadenza settimanale, colpiva ogni singola struttura della casa (dal boiler al frigorifero) tutto stava andando per il meglio.

La svolta era avvenuta un giorno quando, trovata una rete da ping pong e due racchette, avevamo trasformato uno dei tavoli in un tavolo da ping pong. Io e Colin passavamo ore e ore a giocare. L’unico problema era che questo era stato messo in un piccolo patio ricoperto da  voluminosi vasi in ceramica (quasi trenta). In una settimana, complice la sfortuna e parecchia sfiga, ne avevamo rotti tre scatenando l’ira della proprietaria.

Per rendere i match ancora piu’ avvincenti mettevamo in palio per il vincitore baguette o pasteis de nata (tipici dolci portoghesi). Un bel modo per svagarsi che pero’ con il tempo non aveva giovato molto al rapporto tra di noi.

Con Nadia e Colin nel patio

Trascorremmo quasi due mesi in quella casa, alternandoci di stanza ogni dieci giorni in modo da cambiare aria.

Piano piano la situazione in Spagna iniziava a migliorare e dal primo di maggio era possibile uscire a correre e subito dopo avevano aperto i negozi.

In quei giorni avevamo rincontrato i tre lavoratori italiani dell’ostello (Andrea, Martina e Jodi), rimasti in Andalusia a trascorrere la quarantena. Ero stato molto colpito dalla loro tenacia visto che, quasi un anno fa, avevano mollato tutto per andare a vivere in Spagna e adesso si trovavano punto a capo, senza un lavoro e dovendo cambiare i propri piani.

Sperando nella pronta fine del confinamento mi era tornata in mente l’idea di fare il cammino di Santiago che, pero’, doveva ancora aspettare.

Poi verso la fine di maggio, vista l’apertura progressiva dei confini italiani e la situazione in Spagna ancora in stallo, dopo quasi tre infiniti mesi passati a Cordoba mi ero messo alla ricerca di un modo per tornare a casa.

La prima opzione, quella piu’ economica ma meno fattibile, era quella del traghetto. Raggiungere Barcellona in treno e da li’ in nave fino a Civitavecchia.

Alla fine prevalse la seconda, quella dell’aereo. Da Madrid a Bergamo con un lungo scalo nell’aeroporto di Varsavia (Polonia) di dodici ore, una notte da trascorrere su una delle poltrona dell’aeroporto e il giorno seguente proseguire per Bergamo.

Questo era quello che avevo terminato di scrivere il sei giugno, il giorno prima della mia partenza. Non aveva senso aspettare: avevo gia’ organizzato tutto e non c’era motivo di preoccuparsi.

Come da un anno a questa parte, l’imprevisto era dietro l’angolo.

Poche ore prima della mia partenza avevo ricevuto una mail dalla compagnia aereo, volo annullato. Che fare?

Volendo tornare il prima possibile il pallone era tornato alla vecchia opzione uno, treni e traghetto. Il giorno dopo ero partito per un vero e proprio “viaggio della speranza”: trentacinque ore di viaggio per andare da Cordoba a Milano senza aerei.

Prima dieci ore di treno per giungere al porto di Barcellona; venti ore di traghetto verso Civitavecchia e, infine, altre cinque ore di treno per Milano.

E per finire il rientro a casa dopo ben quattro mesi, tante avventure, vari imprevisti ma con il sorriso sul volto.

3 commenti

  1. Grande Alessandro sei ormai un uomo di mondo, sicuramente ti sei creato un bagaglio di esperienza di sopravvivenza non indifferente. Hai aperto il tuo cuore e la tua mente ora non ti resta che decidere cosa usi essere e cosa fare. Un abbraccio Lorenzo

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  2. Bello leggere le tue esperienze. Domattina avrà inizio una nuova avventura. Ti auguro di trascorrere delle splendide giornate ed incontrare dei compagni di viaggio. In bocca al lupo mio piccolo grande uomo. 😘⛺

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