Eravamo rimasti all’Italia coast to coast, che avevo concluso a meta’ agosto con il mio propiziatorio bagno nel mar Tirreno, vicino a Orbetello.

Nelle settimane precedenti al mio arrivo, distrutto e sfiancato dal caldo mi ero guardato a uno specchio: la faccia arrossata, le spalle segnate dal peso dello zaino e gli occhi che quasi si chiudevano dalla stanchezza accumulata. Che fare?

Ero sul punto di mettere fine al cammino, dopo poco piu’ di cento chilometri percorsi. Tornare a casa non era minimamente compreso tra le opzioni. Dovevo cercare una valida alternativa che mi consentisse di fare qualcosa di nuovo e stare in giro ancora per un po’.

Subito mi ero messo alla ricerca di un progetto di volontariato in Italia. Dopo giorni di messaggi e richieste ne avevo trovati due: il muratore a Lecce o l’allevatore in un rifugio per animali vicino ad Arezzo.

Nel mentre le carte in tavola erano cambiate. Grazie a una ventata di rinnovato ottimismo, portata da una gelida perturbazione oceanica, avevo proseguito il cammino.  

Il progetto di un lavoro come volontario non era stato declassato ma, bensi’, soltanto posticipato di qualche settimana.

Finalmente il 16 di agosto avevo raggiunto in treno la ridente cittadina toscana di Bucine, optando percio’ per la seconda opzione, quella del rifugio.

Ero ignaro di quello che mi avrebbe aspettato al mio arrivo. Ero arrivato senza grandi aspettative e pretese, giusto la voglia di aiutare e fare nuove esperienze.

Mi ero ritrovato, inaspettatamente, in una fattoria punk e vegana dove vivono tranquilli animali liberati da situazioni di sfruttamento e sofferenza. VEGANA e PUNK, avete letto bene! Diciamo non proprio affine ne’ ai miei gusti musicali e ne’ alla mia consueta dieta. Era quello che ci voleva per elevare ancora di piu’ il mio spirito di adattamento!

I capannoni dove venivano stipati i polli.

Ero rimasto incuriosito e affascinato dalla storia della fattoria: fino a una decina di anni prima un allevamento intensivo di polli, quasi ventimila, mentre oggi un rifugio per piu’ di cento animali tra mucche, maiali, capre e volatili. Ognuno/a con il proprio nome!

Questa piccola oasi, tra i grandi allevamenti intensivi della zona, garantisce la completa liberta’ agli animali. Niente viene loro sottratto, ne’ le uova e nemmeno il latte.

Proprio questo aveva destato curiosita’ e stupore quando, al mio ritorno, avevo raccontato la mia esperienza. In tanti non riuscivano ad accettare il fatto che gli animali vivessero liberi senza che contribuissero in alcun modo, con carne o con i derivati del latte, al sostentamento della fattoria stessa.

Un progetto iniziato quasi quindici anni fa da David, uno dei due proprietari, quando per puro caso si era imbattuto in questo allevamento intensivo poco distante da casa sua.  Negli anni successivi, dopo innumerevoli battaglie legali, era riuscito prima a farlo chiudere e poi a prenderlo in custodia cosi’ da dargli una nuova vita.

Da quel giorno in poi tutto era iniziato a cambiare. Negli anni successivi erano giunti animali da ogni regione italiana in cerca di un posto sicuro in cui vivere.

Un’attivita’ sicuramente molto degna ma anche difficile da mantenere economicamente nel tempo visto che ne’ la regione e ne’ il comune contribuiscono in alcun modo. L’anno scorso, a causa di insolvenze, avevano persino rischiato lo sfratto.

L’unico ingresso che gli consente di proseguire nella loro opera caritatevole sono le donazioni e gli eventi che vengono da loro organizzati con cadenza settimanale, dai pranzi vegani di autofinanziamento ai concerti punk.

Dopo una prima doverosa introduzione passo a raccontarvi la mia breve esperienza di dieci giorni in questo piccolo e fragile ecosistema.

Giunto nella stazione di Bucine, ero stato subito portato alla Fattoria.  

Arrivato mi sembrava, per un attimo, di essere tornato nel grande e disordinato parco di riciclaggio ad Antofagasta (Cile). Era pieno di oggetti di ogni genere, da sedie in plastica fino a carretti di legno, disposti in modo disordinato davanti agli stabili.

Dopo una breve presentazione ero stato portato nella “casa” dei volontari, tre appartamenti vuoti al secondo piano di una costruzione in cemento. La prima cosa che saltava all’occhio era lo stato di semi abbandono in cui destavano le stanze. Materassi buttati per terra, sporcizia e qualche giornale risalente a due o tre anni prima.

Alla mancanza di lenzuola pulite si sommava quella dei cuscini, motivo per il quale avevo dovuto utilizzare la parte superiore del mio zaino riempita con dei vestiti.

Condividevo il primo appartamento con altri due volontari: Esteban, un ragazzo italo-colombiano, e Chiara, una ragazza di Milano.

Due storie molto diverse tra loro che pero’ avevano in comune la voglia di mettersi in gioco. Esteban, laureato e con un buon lavoro da geometra nel comune di Cali’ (terza citta’ della Colombia per popolazione), aveva mollato tutto per viaggiare in Italia per conoscere da vicino il paese natale di suo bisnonno, nato in provincia di Napoli ed emigrato in Colombia nel lontano 1880. Provvisto dei documenti del nonno, dal certificato di nascita fino al vecchio passaporto, si era messo alla ricerca dell’altra parte della famiglia presumibilmente rimasta ancora in Italia. Chiara, invece, seguiva un corso per diventare addestratrice cinofila dopo aver scoperto la sua passione per i cani.

Oltre a essere amici e coinquilini eravamo anche un team di lavoro. Il nostro primo compito consisteva nel dare da mangiare agli animali. Caricavamo ogni tipo di verdura, frutta e persino pezzi di focaccia stantia su un carretto di legno per portarla alle stalle. Poi passavamo a distribuire la paglia, srotolata da una grande balla di una tonnellata e caricata su una cariola, in giro per il giardino per le mucche e gli asini.

Il carretto

Terminata la prima parte, quella piu’ facile e divertente, arrivava il momento delle pulizie. Sfruttando l’assenza degli animali nelle stalle, muniti di vanghe e scope, iniziava il nostro lavoro. Dovevamo ripulire completamente da letame e paglia le due grandi stalle, grandi quasi 300 metri quadri, delle mucche e delle pecore. Un lavoro che non solo metteva alla prova la nostra forma fisica, date le moli di letame che dovevamo sollevare con le vanghe, ma anche la respirazione, visto che si alzava molta polvere.

Dopo una raccolta di letame terminata con successo!

A pranzo, colazione e cena seguivamo un’alimentazione vegana. Quasi sempre mi mettevo ai fornelli e preparavo ogni sorta di piatto con le verdure che avevamo a disposizione. Dalle salse di verdura, zuppe e persino la pizza vegana.

Gnocchi vegani

Il fatto di non poter mangiare ne’ carne e ne’ derivati non mi creava alcun problema anche se non avrei disdegnato un pezzettino di pecorino o di crudo toscano.

I mesi precedenti, sia in Africa che in Peru’, mi era capitato di non mangiare carne per settimane e questo mi aveva facilitato le cose.

I pomeriggio, eccetto alcune volte in cui dovevamo proseguire con i lavori lasciati in arretrato la mattina, andavamo a fare dei giri nei paesi vicini. Passavamo tanto tempo a parlare. Esteban, con il suo italiano maccheronico, ci raccontava le vicende di suo bisnonno e le tradizioni colombiane. Alcune volte servivo da traduttore Toscano – Spagnolo e viceversa, visto che provava parecchia difficolta’ nel comprendere il tagliente e canterino dialetto toscano.

Era sorprendente come, a meta’ agosto, invece che stare tutto il tempo al mare a rilassarci ci trovassimo a faticare in una fattoria.

Era una cosa per molti inconcepibile, lavorare non pagati e volontariamente, ma che a noi piaceva. Questo mi aveva fatto molto riflettere: finalmente dopo anni passati a non fare altro che studiare mi stavo veramente mettendo in gioco.

4 commenti

  1. Ciao Alessandro, sono un amico di tuo padre, non interista, ti ho seguito nei tuoi viaggi e volevo complimentarmi con te, davvero una bella esperienza che ti servirà qualunque cosa farai nella vita. Mi incuriosisce una cosa: In questa fattoria ci saranno dei proprietari, di cosa vivono, del lavoro dei campi? Inoltre la “regola” vegana vale anche quando siete in giro negli altri Paesi della Toscana? Oppure ve la siete imposta voi in quanto lavorate in una fattoria vegana?
    Grazie e buona continuazione.
    Andrea

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    1. Ciao! I proprietari sopravvivono grazie alle feste di autofinanziamento che fanno o attraverso dei lavoretti. La ” regola vegana” viene applicata durante tutto il periodo di permanenza nella fattoria per chiunque venga

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