Per concludere l’estate in bellezza, dopo dieci giorni trascorsi a studiare per preparare un test, ho deciso di ripartire. La scelta, ancora una volta, e’ ricaduta sul trekking per due semplici motivi: facile da organizzare e perche’ non finisce mai di stupire.

Perche’ proprio da Aosta a Milano? E’ da una decina di anni che, con cadenza annuale, vado in Valle d’Aosta per camminare o sciare. Dopo aver percorso il tragitto in auto un’infinita’ di volte mi sono chiesto come sarebbe stato percorrerlo a piedi. Quindi, perche’ non farlo?

Il piano era semplice: seguire la Via Francigena fino a Pavia e, da li’, percorrere in naviglio pavese fino a casa. Poco meno di 250 chilometri da percorrere in una settimana.

L’obbiettivo questa volta, complice uno zaino leggero e un clima fresco, era di mettermi alla prova. Volevo vedere fino a dove le mie gambe e, soprattutto, la mia testa mi avrebbero portato. Al posto di percorrere una tappa al giorno, come consigliato dalla guida del cammino, per la prima volta mi sarei spinto oltre facendone due. Una media giornaliera di 36 km da mantenere per sette giorni.

Stranamente, questa volta, non sono partito da solo. Due miei amici, ascoltando il mio programma, erano rimasti affascinati da questo breve ma interessante viaggio tanto da decidersi a partecipare almeno per i primi tre giorni.

E’ stato qualcosa di nuovo. Fino a quel momento ero abituato a stare da solo, camminare con le persone che incontravo sul cammino e ad arrangiarmi. Non  dovevo piu’ pensare in un’ottica individualista ma di gruppo, assecondando i bisogni di ognuno.

Nicola e Marco, i miei due compagni di viaggio, mi hanno accompagnato fino all’ingresso della pianura Padana. Tre giorni in cui abbiamo percorso tutta la Valle D’Aosta attraversando terrazzamenti coltivati, vigneti e le cime di alcune delle montagne piu’ alte d’Italia. Trascorrevamo il tempo a parlare immersi nella natura. Eravamo gli unici “pellegrini” sul cammino.

A partire dal terzo giorno loro sono tornati a casa e mi sono ritrovato da solo. Come per magia, da quel momento in poi ho iniziato a incontrare tanti pellegrini, persone che come me avevano deciso di rimboccarsi le mani e iniziare a camminare.

E’ veramente magico perche’ in queste situazioni, nonostante le differenze di eta’ e provenienza, si crea subito un legame indissolubile tra i viaggiatori. Forse, il motivo per cui cammino non sono tanto i luoghi che visito o le bellezze che osservo ma le storie delle persone che incontro.

E’ paradossale e molte volte non ce ne rendiamo contro di come dietro al volto di ogni persona ci sia una storia. Spesso capita che il cammino non sia altro che un modo per sancire un cambiamento imminente nella propria vita.

La storia che piu’ mi ha stupito e’ stata quella di Simone, un ragazzo di Vicenza di 28 anni. Dopo anni di duro lavoro ha deciso di diventare il protagonista della sua vita e, lasciato il lavoro, ha iniziato le procedure burocratiche per prendere in gestione una malga. Voleva finalmente immergersi nella natura allontanandosi dai ritmi frenetici della vita passata. Poi la decisione di percorrere la Via Francigena, dal Gran San Bernardo a Roma, per crescere e conoscersi meglio.  

L’ultimo tratto del cammino e’ stata la pianura padana con le sue risaie che si perdevano a vista d’occhio. Li’, come a volte accade, sono riuscito a svuotare la mia mente e a non pensare ad altro che a camminare. Volevo sentire il mio corpo che avanzava attraverso i piccoli sentieri e il rumore dei sassolini che si schiacciavano sotto il peso dei miei piedi.

Questa settimana, oltre che per i pellegrini, e’ stata arricchita anche dagli incontri con gli ospitalieri, persone che mettono a disposizione il loro tempo per gestire le sistemazioni pellegrine. Una decisione molte volte motivata dal fatto che, dopo essere stati aiutati in precedenza, si sono sentiti in dovere di aiutare a loro volta. Come Guido (a Vercelli), che dopo aver fatto il cammino di Santiago quasi cinquanta anni fa ha deciso di dedicare un paio di settimane all’anno come volontario nell’ostello pellegrino a Vercelli, oppure la signora Marzia, che nell’ospitale exodus di Garlasco (fondazione Don Mazzi), ha deciso di venire a cucinare, alcuni giorni alla settimana, per i pellegrini e per gli abitanti di questo centro, ragazzi che sono stati portati qui da situazioni di violenza per essere rieducati.  

Quello che sto cercando di far capire a voi lettori e alle persone che mi circondano e’ che il cammino non e’ solo sudore e fatica ma e’ molto altro, basta solo iniziare per scoprirlo. Anche perche’, dopo il primo passo, non ci si ferma piu’.

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